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03.06.2011

DOTTO DI BOTALLO PERVIO:
quel tubicino che non si chiude

Il primo respiro, grande, accompagnato dai vagiti del piccolo nato e dai sorrisi di medici e ostetrica, non è solo un saluto alla vita e a mamma e papà, ma è l’atto fisiologico che permette la chiusura del così detto dotto di Botallo.
Durante la vita fetale, infatti, esiste un “tubicino”, il dotto di Botallo appunto, che mette in comunicazione l’arteria polmonare con l’aorta: per tutta la gestazione è la placenta della mamma a provvedere all’ossigenazione del sangue e non i polmoni del bambino.

Il dotto, quindi, permette al sangue di “saltare” questi organi (tranne una piccola quantità per assicurarne la crescita), e di raggiungere direttamente il resto del corpo. Alla nascita, nel momento in cui ha inizio la funzione respiratoria, il dotto inizia a chiudersi spontaneamente ed entro le prime 72 ore, o più raramente entro le prime settimane di vita, la sua chiusura è completa.

Tuttavia nel 6-10% dei nati a termine e in circa il 40% dei nati prematuri il dotto rimane aperto, facendo passare il sangue dall’aorta all’arteria polmonare. Questo porta ad un sovraccarico di lavoro del cuoricino e se le dimensioni del dotto sono grandi anche ad un aumento della pressione in arteria polmonare.
Il maggior flusso polmonare, associato a una maggior pressione di perfusione, predispone allo sviluppo relativamente precoce della malattia vascolare polmonare.
I sintomi dipendono dalle dimensioni del dotto : quelli di piccole dimensioni non causano generalmente alcuna anifestazione e il loro riconoscimento del tutto occasionale, mentre i otti di grandi dimensioni portano alla rapida comparsa di scompenso cardiaco. I neonati e i lattanti mostrano dispnea (respiro frequente e affannoso) durante i pasti o il pianto, sudorazione e rallentamento o stop dell’accrescimento ponderale o, all’inverso, rapido e innaturale aumento del peso corporeo. Il campanello d’allarme nei casi di dotti di medie e grandi dimensioni è un soffio al cuore, sarà poi l’ecocardiogramma a confermare la diagnosi; i dotti più piccoli possono passare inosservati ad una semplice visita in quanto clinicamente silenti e venire diagnosticati durante una valutazione ecocardiografica eseguita per altri motivi.

Cosa fare, dunque, se il nostro piccolo è affetto da pervietà del dotto?

Ne parliamo con Gabriele Vignati, Direttore Cardiologia pediatrica

Si può intervenire in due modi a seconda dei casi.
Esistono interventi chirurgici di legatura o sezione completa del dotto, da effettuarsi nei primissimi mesi di vita, e interventi per via percutanea (senza aprire il torace del piccolo) meno invasivi e che permettono la dimissione entro le 48 ore. Qui a Niguarda abbiamo effettuato con successo 73 interventi di questo tipo dal 2001.
La scelta, ovviamente, su quale metodica utilizzare per chiudere il dotto è strettamente legata all’età del piccolo e all’anatomia del dotto stesso.

La pervietà del dotto è una caratteristica frequente nei bambini prematuri. In questi casi si preferisce intervenire farmacologicamente, con un successo del 90% somministrando dei farmaci antinfiammatori che attivano quella cascata di eventi che entro i primi due tre giorni di vita porta alla chiusura del dotto. In situazioni gravi o quando la terapia farmacologica non dà i risultati attesi è necessario ricorrere, invece, all’intervento chirurgico (a Niguarda dal 2000 ad oggi sono stati eseguiti 38 interventi chirurgici su nati con elevata prematurità).

Tratto da Il Giornale di Niguarda

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