Nuove e incoraggianti notizie arrivano dalla ricerca:
l'anticorpo monoclonale Farletuzumab,secondo i risultati della sperimentazione di fase 2, legandosi a specifici recettori, induce la regressione del tumore ovarico in caso di recidive. Adesso il via alla terza e ultima fase di sperimentazione in cui si cercherà conferma dell'efficacia su un campione più ampio.
Il carcinoma ovarico nel mondo colpisce 17 donne ogni 100.000, ed è la seconda forma più comune di tumore ginecologico con un’incidenza in continuo aumento.
Esordisce tra i 50 e i 70 anni, anche se nei casi di familiarità (10% dei totali) l'insorgenza può essere più precoce, intorno ai 40 anni.
Il suo esordio è asintomatico e nel 70% delle pazienti la diagnosi avviene ad uno stadio avanzato di malattia. Quando il dolore addominale, di frequente associato ad un senso di pesantezza e disturbi gastrici vaghi dell’addome o della pelvi, compare, molto spesso la malattia è già conclamata.
Fortunatamente le terapie non mancano.
Rimane d’elezione l’intervento chirurgico,per l’asportazione della massa tumorale, abbinata alla chemioterapia.
A Niguarda le pazienti possono avvalersi della competenza chirurgica di una Ginecologia altamente specializzata in questo tipo di intervento. Non solo, nei casi in cui la localizzazione interessi differenti distretti corporei, a scendere in campo vi è anche l’èquipe di Urologia o della Chirurgia Generale.
Anche grazie a questa sinergia la remissione della malattia del tumore è piuttosto alta, pari al 75% dei casi.
Purtroppo a due anni dall’intervento una donna su due è recidiva con la stessa patologia. A questo punto le pazienti dovrebbero sottoporsi ad un nuovo programma di chemioterapia, ma purtroppo l’efficacia è di molto inferiore rispetto al trattamento iniziale. Si ritorna su percentuali che si avvicinano al successo del primo ciclo terapeutico (73,8%), se alla chemioterapia per le recidive viene aggiunta l’assunzione del Farletuzumab.
PREVENZIONE IN TRE MOSSE
1) La visita ginecologica è il primo passo per la diagnosi del carcinoma ovarico. La nulliparità (il non aver mai partorito), l’infertilità, un menarca precoce ed una menopausa tardiva sono associate ad un maggior rischio di sviluppare un carcinoma ovarico.
2) L’ecografia pelvica è utile sia nella diagnosi sia nel follow-up. Oggi viene effettuata prevalentemente l’ecografia transvaginale che, rispetto a quella transaddominale, consente una migliore visualizzazione delle ovaie.
3) Tra gli esami di laboratorio sono indicativi per la diagnosi i dosaggi del CA 125 e del CEA, particolari proteine che aumentano la loro concentrazione nel sangue in presenza di carcinoma ovarico e si riducono come segno di buon andamento
della terapia.
Per Info
Oncologia Falck
Tratto da Il Giornale di Niguarda