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Bruciare il tumore con la termoablazione

Utilizzare procedure sempre meno invasive, grazie alle quali è possibile accedere all’organo da operare inserendo dei piccoli cateteri sotto guida ecografica, senza bisogno di grandi incisioni: è il marchio di fabbrica della radiologia interventistica che si sta ritagliando sempre di più un valore curativo a fronte di una ridotta invasività. Secondo gli esperti questo è uno dei campi della medicina a più alto tasso di innovazione e la crescente diffusione di queste tecniche sta portando ad un impiego sempre più ampio anche in campo oncologico. Ma di cosa si occupa precisamente questa specialità e quali sono le principali applicazioni per la cura dei tumori? L’abbiamo chiesto ad Antonio Rampoldi, Direttore della Radiologia Interventistica di Niguarda.


Di cosa si occupa la radiologia interventistica?

E’ specializzata nel trattamento di un gran numero di patologie (vascolari, epatologiche, oncologiche, urologiche, ginecologiche…) mediante l’uso di tecniche poco invasive. Per guidare le procedure si utilizzano i raggi x, l’ecografia, la Tac e la risonanza magnetica. Piccoli cateteri con un filo guida vengono inseriti nei vasi sanguigni per raggiungere i diversi punti da trattare. Queste procedure interventistiche non si propongono di sostituire la chirurgia, ma di affiancarla nei moderni processi “multidisciplinari”, e di offrire una valida alternativa quando le tecniche mininvasive dimostrano un chiaro vantaggio per il paziente.


Uno degli esempi di più recente introduzione in campo oncologico è l’utilizzo della radiologia interventistica per il piccolo tumore renale, di cosa si tratta?

Si chiama termoablazione percutanea dei tumori renali e prevede l'inserimento di uno o più elettrodi direttamente all'interno della massa tumorale. Questi dispositivi sono inseriti attraverso una piccola incisione sulla pelle e il loro percorso è seguito grazie alle immagini ecografiche. Una volta in posizione vengono utilizzati per generare calore e per distruggere il tessuto tumorale. La procedura dura in genere circa 30 minuti  e si completa grazie alla somministrazione di un’anestesia locale e di una blanda sedazione. La tecnica è indicata in presenza di masse tumorali di piccole dimensioni, fino a 3-3,5 centimetri. Per tumori più grandi è invece necessario ricorrere alla chirurgia.


Questa procedura può essere utilizzata anche per altri tipi di tumori?

La stessa tecnica- ma con un nome diverso, termoablazione epatica- può essere replicata per intervenire in caso di tumori epatici o di metastasi di piccole dimensioni che interessano il fegato. Anche in questo caso, a partire da una piccola incisione si segue l’inserimento di una particolare sonda che va a raggiungere il punto da trattare, dove si vanno a bruciare le cellule tumorali.

 

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