HIV e neonati

Le terapie a disposizione da diversi anni puntano a cronicizzare la malattia. Rispetto all’emergenza vissuta nei decenni scorsi, si tratta di un passo avanti epocale. Nella lotta all’AIDS le prospettive sono migliorate e i pazienti oggi, nonostante la malattia, possono pensare anche di diventare genitori. Ma che precauzioni vanno adottate? Lo abbiamo chiesto al pediatra.


L’infezione che passa dalla mamma al figlio, i numeri

In passato i casi erano molti. Oggi i numeri si sono ridotti grazie alle misure preventive che abbiamo imparato ad adottare. La conferma arriva anche dai dati nazionali. Negli ultimi anni le nuove diagnosi di HIV in Italia sono state circa 3.600 e le trasmissioni verticali madre-figlio sono state lo 0,3%. Si tratta, in pratica, di una decina di casi.


Un’eventualità gestita sempre meglio

Nei Paesi industrializzati ha giocato un ruolo di primaria importanza la possibilità di una diagnosi precoce. Per tale motivo è fondamentale lo screening in gravidanza: il test non è obbligatorio ma è fortemente raccomandato. Individuata una positività, si attivano una serie di precauzioni che abbassano la probabilità di trasmissione verticale dalla madre al bambino. Purtroppo ciò non è possibile nei Paesi in via di sviluppo per la mancanza di risorse. 


Le precauzioni da adottare

La madre, se non era nota la sieropositività, deve iniziare la terapia antiretrovirale al momento della diagnosi e il trattamento deve protrarsi per tutta la durata della gravidanza.  L’infezione, inoltre, ha una maggiore probabilità di trasmettersi durante il parto, per questo viene raccomandato il parto con taglio cesareo, programmato alla 38a settimana di gestazione,  prima del termine naturale della gravidanza. Proprio perché la rottura delle membrane espone ad un rischio maggiore di trasmissione dell'infezione. Durante il parto, inoltre, è importante somministrare alla madre per via endovenosa la zidovudina, un farmaco antiretrovirale. La stessa terapia viene somministrata, per via orale, anche al neonato per 4-6 settimane. Grazie a queste misure di prevenzione si è passati da tassi di trasmissione materno fetale del 20- 45% negli anni ottanta, a meno del 2% attuali.


Dopo la nascita si sa se il bambino è sieropositivo

In passato bisognava attendere i 15-18 mesi di età per avere una conferma definitiva. Oggi, grazie ad indagini di biologia molecolare, la diagnosi è possibile già nei primi mesi di vita e questo permette di intraprendere la terapia antiretrovirale precocemente. E’ importante, poi, evitare l’allattamento al seno, perché la trasmissione dell'infezione è possibile anche attraverso il latte materno.