VERSO L’ UMANIZZAZIONE DELLE CURE

Negli ultimi decenni è in atto un profondo cambiamento nel rapporto tra la medicina e la comunità, che interessa diversi aspetti.

Così come è palpabile la volontà di abbattere le distanze tra medico e paziente, è altrettanto palese la tendenza a rendere anche gli ambienti ambulatoriali e ospedalieri sempre  meno asettici, più abitabili ed accoglienti. Soprattutto se si parla di ricoveri. Quello a cui si aspira è l’ “ospedale a misura di uomo”, in cui i luoghi di cura e le stesse pratiche medico-assistenziali sono più aperte, sicure e senza dolore.

Una nuova visione di sanità, fatta di persone che curano persone.

Per fare un esempio (sembra passato un millennio), solo fino a pochi anni fa eravamo abituati a condividere l’esperienza del ricovero senza privacy nelle vecchie “camerate”  insieme ad altre dieci persone. Fortunatamente oggi sono solo un lontano ricordo rievocato in qualche vecchio film, perché la realtà è fatta di stanze a due posti che rispettano il comfort e l’intimità delle persone, con bagno, televisione e armadi per gli effetti personali.

Molto quindi è stato fatto, ma la strada è ancora lunga…

 

IN TERAPIA INTENSIVA GENERALE

Se è vero che il ricovero è un momento sempre difficile, stressante e motivo di ansie e paure, lo è certamente ancora di più nei reparti di Terapia Intensiva. Qui lo stato dei pazienti è particolarmente grave, spesso con condizioni vitali a rischio e in situazioni di incoscienza.

Lo stato emotivo che confluisce in questi corridoi è tra i più difficili che si debbano affrontare in un ospedale. Nel reparto, per contro, è predominante la componente tecnologica. Il paziente è attaccato a 2, 3, a volte 4 macchinari. Intorno monitor, segnali, tubi, cavi, allarmi. Una nave spaziale.

Due estremi questi che, se convivono male, possono opprimere la psiche e la volontà dei pazienti, ma soprattutto dei loro familiari.

Per questo la Terapia Intensiva di Niguarda sta cercando di trasformarsi in un luogo dove le condizioni di un paziente, con tutte le sue implicazioni emotive, etiche, decisionali, non gravino sulle spalle di parenti lasciati a se stessi, ma atterrino su una rete preorganizzata: il reparto stesso.

 

RICOVERARE UNA PERSONA E’ ACCOGLIERE LA SUA FAMIGLIA

Tra i primi passi fatti verso un’umanizzazione del reparto c’è stato quello di introdurre una riduzione (se non abolizione) di tutte le limitazioni di vicinanza dei parenti  con il malato: l’orario di visita è praticamente illimitato e  non è escluso anche l’ingresso dei bambini, per i quali se necessario viene messa a disposizione una psicologa che possa aiutarli a vivere questa esperienza.

Per il paziente un  murales sul soffitto, lungo e stretto, un sentiero aereo che non abbandona lo sguardo di chi deve stare tanto tempo sdraiato.

Non solo l’ambiente. Si è pensato anche ad un supporto dopo la dimissione, grazie ad un programma di follow up che segue il malato e la sua famiglia per circa un anno. Perché  il paziente di terapia intensiva non smette di essere tale nel momento in cui viene dimesso, spesso si porta dietro dei cronicismi,  o un percorso riabilitativo inteso, e un trauma fisico e psicologico che vengono presi in carico da un team preparato proprio per questo.

 

COMUNICAZIONE MEDICO-PAZIENTE-PARENTE

Ma la vera chiave di volta è la comunicazione.

Imparare a comunicare ai parenti  con un linguaggio comprensibile le condizioni del loro caro, saper spiegare con realismo gli scenari possibili, informare dei diritti, degli aspetti tecnici, capire quali sono i loro reali bisogni.

Questo  significa creare un’alleanza strategica, che aiuta medici e parenti a prendere le giuste decisioni rispetto ad un paziente che spesso è  in stato di incoscienza.

 

E sono visibili i primi effetti di questo “reparto a misura di uomo” .

All’ingresso della Terapia intensiva Generale un piccolo tavolo accoglie i parenti: sopra un quaderno e una penna.

In molti lasciano un loro commento, un racconto, uno sfogo, anche solo uno stato d’animo, familiari ma anche pazienti.

“Grazie perché in terapia intensiva non mi sono sentito in ospedale”.

 

PDF ALLEGATI

Il quaderno della terapia intensiva 21.41 MB

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