Antartide, Stazione Concordia: tra scienza e multiculturalismo

Dai ghiacci antartici, l’esperienza di Loredana Faraldi, medico anestesista rianimatore di Niguarda, da novembre in missione nella base scientifica della Stazione Concordia

 Antartide - Stazione Concordia

Due torri metalliche unite da un corridoio sospeso si sollevano su grossi piedi di ferro in un deserto di ghiaccio a 3.230 metri di altitudine. Temperatura che può arrivare fino -106°C a causa del fenomeno del Windchill (con l’aumentare della forza del vento diminuisce la temperatura percepita), isolamento estremo (gli esseri umani più vicini sono quelli della Stazione Spaziale Internazionale), lunghe notti invernali, convivenza forzata. 
Intorno solo una piatta distesa congelata e nessun tipo di vita animale o vegetale: questa è la Stazione Concordia in Antartide, un avamposto scientifico unico sul pianeta, dove dallo scorso novembre vivono i quattro italiani della XXXV spedizione, insieme a sette colleghi francesi e uno olandese.
Obiettivo: proseguire le attività nei diversi progetti scientifici in corso, con ricerche su meteorologia, climatologia, astrofisica, astronomia, geomagnetismo, sismologia, medicina, ricerche spaziali.

Tra i membri della spedizione anche Loredana Faraldi, anestesista rianimatore della Terapia Intensiva generale di Niguarda e sui mezzi di soccorso AREU.
Medico di riferimento nella stazione, è responsabile di tutto l’equipaggio da un punto di vista sanitario, del piccolo ospedale-ambulatorio di cui è fornita la stazione, del training medico e di primo soccorso del team.
Per nove mesi l’anno non è possibile lasciare in nessun modo la base, anche in caso di necessità sanitaria, per questo è fondamentale la presenza di un medico con esperienza nel campo dell’emergenza. 

Qui, a 16 mila chilometri da casa, la dottoressa Faraldi e tutti i colleghi del gruppo hanno seguito e vissuto con dolore quello che stava accadendo in Italia e poi nel resto del mondo, la pandemia da COVID-19
L’isolamento impedisce di accedere rapidamente alle informazioni e rende difficile distinguere le notizie attendibili da quelle false. Pur essendoci una connessione internet, non è certo quella di cui si dispone a casa propria e anche restare in contatto con i familiari non è semplice. La preoccupazione per chi è rimasto a casa e l’impossibilità a rientrare rende più complicata la permanenza, così come l’organizzazione della successiva spedizione, per la paura di poter portare il virus anche nell’unico continente rimasto indenne.

 

Qualche domanda a Loredana Faraldi sulla particolare missione in cui è impegnata.

Come sta andando questa esperienza?

Facendo domanda per lavorare per un anno alla stazione Concordia sapevo di dover affrontare una sfida notevole, l'ho desiderato tantissimo. È una sfida perché qui il medico è completamente solo e deve fare un po' di tutto: occuparsi delle urgenze ma fare anche l'ortopedico, il dentista, il medico di base e lo psicologo, insomma lavorare a 360 gradi.
So di essere utile qui, ma durante i mesi più impegnativi dell’emergenza pensavo che se fossi stata a Milano avrei potuto dare una mano.
Insieme a tutti i membri dell'equipaggio vivo un sentimento contrastante: da un lato sono felice perché è un'esperienza unica, ma vorrei essere vicino ai miei cari. 
Noi siamo qui per una nostra scelta, spesso realizzazione di un grande sogno durato anni, e siamo pronti a vivere mesi di isolamento sapendo che per qualunque motivo non potremo andar via né qualcuno potrà venire ad aiutarci prima del prossimo novembre.
Il resto del mondo ha vissuto e vive una privazione della libertà in molti casi senza avere un posto in cui sentirsi veramente al sicuro. 

 

Qual è il compito del medico nella Stazione?

La stazione viene rifornita di carburante, cibo e tutto il necessario per la sopravvivenza nei tre mesi estivi (novembre - gennaio), per il resto dell’anno nessun mezzo di trasporto riesce a raggiungerla a causa del forte abbassamento della temperatura. 
I principali eventi sanitari che possono accadere sono quindi quelli connessi all’esposizione al freddo, all’ipossia e all’altitudine (si arriva in quota velocemente senza possibilità di adattamento) oltre a traumi, legati soprattutto al pericolo intrinseco di alcune attività scientifiche e tecniche di manutenzione. 
Tutto il team è stato addestrato a intervenire in caso di emergenze, a utilizzare attrezzature particolari per il soccorso e il recupero della vittima anche in condizioni estreme e alla gestione di eventuali incendi (l’aria è secchissima e un eventuale incendio può distruggere tutto in pochissimo tempo).

 

Cosa ci lascerà secondo voi questa emergenza?

Il nostro augurio è che da questa situazione si possa uscire con il desiderio di un mondo migliore, con più umanità, più rispetto per la vita e non solo per quella umana. Con un mondo del lavoro ridisegnato e a misura d’uomo e con una scala dei valori modificata che metta al primo posto quelli veramente importanti. Con più umiltà, perché questa lezione servirà a ricordarci che non siamo i padroni di tutto e che dobbiamo avere più cura e rispetto di questo meraviglioso pianeta. Con più fiducia nella scienza e nella ricerca che, in fin dei conti, è anche il motivo per cui siamo qui in Antartide. 

 

Ci siamo rivolti a Roberto Fumagalli, Direttore del Dipartimento di Anestesia e Terapia Intensiva di Niguarda, per alcune considerazioni sull'importanza di questo tipo di esperienza professionale.           

Qual è il valore di un anestesista rianimatore presso la Stazione Concordia?

Innanzitutto occorre sottolineare un aspetto di sistema: essere a stretto contatto con altri scienziati (perché di questo si tratta) lavorando costantemente con loro consente di acquisire una metodologia scientifica sia su argomenti medici che su altre discipline.
Nella costruzione dei profili professionali di un medico moderno saper fare ricerca costituisce un elemento essenziale: avere all’interno di un gruppo un elemento “esperto” di ricerca in grado di trasmettere ai colleghi un “metodo” aggiunge una competenza e aumenta il valore e la qualità del gruppo.
Un secondo aspetto positivo risiede nello stabilire contatti con istituti scientifici europei, poter essere coinvolti su progetti multidisciplinari.
Il terzo aspetto, più personale, è che l’esperienza in Antartide consente di sviluppare una competenza scientifica di gestione di situazioni di urgenza in condizioni logisticamente complesse che può arricchire il bagaglio professionale del medico partecipante alla missione.

 

Il Programma Nazionale di Ricerca in Antartide (PNRA), attuato da CNR ed ENEA e finanziato dal Ministero dell’Università e della Ricerca, gestisce, insieme all’Istituto polare francese Paul-Émile Victor, la logistica e gli studi effettuati presso la Stazione Concordia.

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