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Il bilancio a tre anni dal primo trapianto di fegato a cuore fermo: con la riperfusione degli organi si aumenta la possibilità di donazione

E’ una strada in più su cui puntare per ridurre le liste d’attesa per un organo. A Niguarda realizzati in 3 anni 25 trapianti di fegato a cuore fermo, la metà della casistica nazionale.

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La donazione d’organi a cuore fermo sta avendo notevole impulso nell’area trapiantologica e nei giorni scorsi a Milano si è tenuto 8a edizione International Meeeting on Transplant from DCD (acronimo inglese che sta per donazione a cuore fermo-Donation After circulatory Death). Organizzatori del meeting, che ha radunato i maggiori esperti mondiali, gli specialisti del Transplant Center di Niguarda, per una due giorni che ha coinvolto 68 relatori di fama internazionale e un pubblico di oltre 300 partecipanti. Presente anche Nanni Costa, Direttore del Centro Nazionale Trapianti (CNT).

A Niguarda giusto 3 anni fa è stato realizzato il primo trapianto in Italia di fegato a cuore fermo. “Da allora ne sono stati realizzati 25, in pratica a Niguarda si concentra il 50% della casistica effettuata su tutto il territorio nazionale, dove gli interventi di questo tipo sono in totale una cinquantina- spiega Luciano De Carlis- Direttore della Chirurgia Generale e dei Trapianti- ”. Si tratta di casi che hanno attirato l’attenzione di tutta la comunità medico-scientifica a livello mondiale. Infatti, questo tipo di procedura nel nostro Paese sembrava ai limiti dell’impossibile. La legislazione italiana, infatti, per l’accertamento di morte con criteri cardiaci prevede l'osservazione di un'assenza completa di attività cardiaca e di circolo per un intervallo di tempo molto lungo: in Italia questo periodo è di 20 minuti, negli altri Paesi dell'Unione europea è ridotto in una forbice tra i 5 e i 10 minuti. 

La legge italiana ha privilegiato la sovrabbondante certezza della morte rispetto alla necessità di limitare il danno ischemico degli organi per il bene del paziente trapiantato. Ciò ha per lungo tempo fatto pensare che la funzionalità degli organi, in particolare fegato, polmoni e cuore, non fosse adeguata per un trapianto efficace ed ha praticamente escluso la DCD in Italia. Ma si è arrivati comunque ad una soluzione che permette di realizzare questo tipo di procedura. Il donatore, infatti, dopo il periodo necessario ad accertare il decesso viene collegato ad una macchina per la circolazione extra-corporea (ECMO- ExtraCorporeal Membrane Oxygenation), in questo modo si mantengono gli organi vitali e si ha il tempo per realizzare tutte le analisi necessarie per “fotografare” lo stato di salute degli stessi e valutarne l’idoneità al trapianto. 

Se i test danno esito favorevole si procede al prelievo con un’attenzione in più. Infatti, gli organi anche dopo questa fase vengono posizionati in macchinari speciali che lo riperfondono (si tratta delle machine perfusion) con una soluzione ossigenata a bassa temperatura, intorno a 6-7 gradi. “Con queste procedure speciali abbiamo superato il limite dei 20 minuti di arresto cardiaco e i risultati ci dicono che gli organi che vengono trapiantati con questi accorgimenti danno migliori risultati in termini di ripresa funzionale- spiega De Carlis- . E’ quanto emerge dal confronto con i casi di trapianto DCD realizzati all’estero dove il tempo necessario ad accertare la morte è più breve e il ricorso ai macchinari di riperfusione non è una necessità stringente. Ma alla luce di questi esiti migliori anche i colleghi all’estero stanno allargando l’utilizzo di questo tipo di trattamento combinato che, con queste tempistiche, ha una paternità tutta italiana. Vale la pena ricordare che la donazione a cuore fermo se sviluppata con impegno e attenzione può contribuire anche nel nostro Paese ad aumentare in modo significativo le possibilità di trapianto”.