Tumore del fegato: come si tratta?

In Italia ogni anno i nuovi casi di tumore al fegato sono 13.000 con un’incidenza doppia nei maschi (quasi 9.000 casi) rispetto alle femmine (poco più di 3.000). Le forme primarie (non dovute a metastasi) originano dalle cellule interne dell'organo, gli epatociti, e in questi casi si parla di epatocarcinoma


Diagnosi precoce

I fattori di rischio da tenere in considerazione sono diversi. Quello più importante è la cirrosi, c’è infatti una stretta correlazione tra questa condizione e l’epatocarcinoma. Oltre il 90% dei casi oncologici deriva da uno stato di cirrosi, che frequentemente è associata ad infezioni dovute al virus dell’epatite B e C. 
L’abuso di alcol è uno dei fattori che può determinare danni al fegato tali da causare epatiti e cirrosi. Studi recenti hanno poi stabilito una correlazione tra l’epatocarcinoma e condizioni come il diabete e l’obesità. Ma tra l’elenco dei fattori di rischio rientrano anche le aflatossine, dei contaminanti alimentari che però hanno un peso maggiore nei paesi in via di sviluppo, ed il fumo. E’ invece nota da tempo la correlazione tra l’epatocarcinoma e l’assunzione di steroidi anabolizzanti. Infine ci possono essere tutta una serie di patologie su base genetica, più rare, che possono colpire il fegato, accentuando così il rischio di epatocarcinoma.


La diagnosi

Il piano terapeutico emerge da un confronto tra più professionisti come l’epatologo,il radiologo, il chirurgo, lo specialista della radiologia interventistica e il radioterapista. Il ruolo dell’epatologo è soprattutto quello di identificare la malattia e di curare eventuali quadri di epatite e cirrosi sottostanti. L’iter terapeutico migliore si stabilisce in base alla funzionalità del fegato e allo stadio della neoplasia, considerando il numero di noduli, la localizzazione e l’eventuale diffusione ad altre sedi. In base a questi criteri e alle caratteristiche del paziente si può scegliere tra diverse possibilità.


La terapia chirurgica

E' possibile intervenire chirurgicamente se il tumore viene diagnosticato in fase iniziale, il paziente è affetto da cirrosi in fase precoce o è localizzato e la sua posizione lo consente. In tutti questi casi è possibile asportare fino all’70% dell’organo, perché la porzione sana rimanente è in grado rigenerarsi. Nel fegato cirrotico però l’entità della resezione va valutata sulla base di criteri specifici di funzionalità: più grave è la cirrosi, più limitata deve essere la resezione.

In altri casi si può ricorrere, invece, ad altri trattamenti che prevedono la distruzione del tessuto tumorale tramite tecniche mini-invasive come l’alcolizzazione o la termoablazione. Possono, poi, rendersi necessarie altre tipologie di trattamenti locali come la chemioembolizzazione. In pazienti selezionati si può anche valutare la possibilità del trapianto. Inoltre per le forme più avanzate si può ricorrere ad un farmaco ad azione mirata come sorafenib e in casi specifici alla radioembolizzazione.
Il trapianto è possibile quando non c’è stata una diffusione della malattia ad altri organi. In particolare se c’è un nodulo singolo nel fegato, le dimensioni non devono superare i 5 centimetri. Se invece ci sono più noduli, si valuta questo schema: c’è l’indicazione al trapianto se non ci sono più di 3 noduli, ciascuno dei quali non deve avere dimensioni superiori ai 3 centimetri. Queste sono le linee guida generali, poi ci possono essere delle specifiche che variano da caso a caso. 


Le terapie mediche e radioterapiche

Quando il tumore non è operabile, si può ricorrere ad altre procedure. Tra queste ci sono i trattamenti ablativi percutanei. Attraverso un ago o una sonda si raggiunge la massa tumorale sotto guida ecografica. Qui il tessuto tumorale viene inattivato con il calore (termoablazione) o con l’iniezione di etanolo (alcolizzazione). Sono procedure che si possono mettere in pratica quando le dimensioni dei noduli sono ridotte, generalmente sotto i 3 centimetri. Allo stesso modo la localizzazione nel fegato deve consentire questo tipo di trattamento.
Grazie alle tecniche di radiologia interventistica si sono messe a punto altre procedure come la radioembolizzazione e la chemioembolizzazione. 
La radioembolizzazione è una tecnica innovativa che utilizza microsfere radioattive iniettate attraverso un catetere direttamente nell'arteria epatica. La radioattività viene rilasciata localmente, in modo da risparmiare i tessuti sani. 
La chemioembolizzazione sfrutta per via endovascolare l'effetto embolizzante, in modo da concentrare il chemioterapico nella lesione tumorale.

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